"Le idee fanno grandi gli uomini; gli uomini possono rendere grandi le idee, realizzandole!" (Marco Ianes)


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lunedì 19 marzo 2018

Jobs Act, le prime conseguenze...

#jobsact #lavoro Ecco i primi dati REALI del Jobs Act. Precarietà, povertà, sfruttamento. Degni di na nazione all’avanguardia,vero? Poi ci si chiede, con sommo stupore, perché gli italiani hanno mandato a casa i parlamentari dell’area di governo. Certamente, con questa legge elettorale non abbiamo eletto certamente un Parlamento stabile e, di conseguenza, un Governo stabile. Ma almeno si spera che la lezione si stata compresa. Altre vie di sviluppo devono essere cercate, altre vie di apertura al lavoro devono essere progettate. A cominciare dalla scuola, laboratorio di formazione dei lavoratori del futuro e formatrice dei lavoratori odierni in ricerca di conversione quando disoccupati. Certo che, se la scuola non viene supportata da investimenti adeguati in termini di aggiornamento docenti e di infrastrutture  moderne, non possiamo pensare che da sola sia in grado di dare spinta significativa al progresso del Paese. E la classe politica eletta, purtroppo, temo non sia in grado di recepire tali bisogni. Nemmeno la precedente, sia ben inteso, che si vuole fregiare di aver coniato provvedimenti, appunto, proprio come il famoso Jobs Act! Progresso? No, il progresso è ben altro. Il progresso è da rilevare quando i cittadini lavorano senza ansia, quando riescono a progettare la propria vita con una scala temporale che vada ben oltre i tre mesi di “lavoro” precario. Forse, rivedere le strategie industriali, abbinandole ad una programmazione scolastica moderna potrebbe dare impulso ad una muova via per creare posti di lavoro stabili. Si chiama Green Economy, ma non quella di cui si riempiono la bocca tutti i politici di carriera senza nemmeno sapere di cosa stanno parlando. Green economy significa acquisire una nuova mentalità globale, che sia di base a qualsiasi progetto industriale. Ma di questo, scriverò in maniera più dettagliata nei prossimi giorni, al mio rientro da Londra, dove ho approfondito proprio questi temi visitando alcune realtà professionali che lavorano in questo campo. 




giovedì 15 gennaio 2015

Europa che cambia, e il Trentino? Qualche proposta noi la avanziamo....



Europa  che cambia, e il Trentino?
Mi fa un certo effetto sentire il nostro presidente del consiglio che, molto saggiamente, dice che l’Europa deve cambiare, altrimenti sarà il fanalino di coda del mondo; ha ragione da vendere!
Peccato, però, che il monito parta da chi dirige un paese che è già fanalino d’Europa, o quasi, per quanto riguarda sviluppo, occupazione e innovazione. Un paese, il nostro, che fa leva ancora su tradizionali metodi di economia, che ormai appartengono a quello stesso sistema che ha generato la devastante crisi in cui siamo immersi. E, nel nostro paese, la politica degli annunci sembra avere prevalenza su una politica del rinnovamento reale. E questi percorsi, purtroppo, hanno spesso caratterizzato anche la gestione della politica provinciale, nell’autonomia che abbiamo.
E, proprio per partire dalle possibilità che la nostra autonomia  ci permette, in questi giorni abbiamo presentato una proposta alla giunta provinciale, per riattivare l’economia delle piccole-medie imprese e per dare la possibilità a famiglie e imprese stesse, di innovare e ristrutturare abitazioni e sedi.
Ma dove sta la novità? Non abbiamo certo scoperto grandi cose, ma abbiamo solamente cercato di indicare alcuni percorsi facilmente realizzabili, quasi a costo zero per le casse provinciali. La nostra proposta prevede lo stanziamento di 30 Ml di Euro divisi in tre anni (10 ML all’anno), da mettere a disposizione di chi decide di investire in energie rinnovabili e in ristrutturazioni/recuperi edilizi  e in messa a  norma di impianti tecnologici. Il percorso che proponiamo non vuole creare il solito giro di contributi a pioggia, ma sarebbe sostenibile dal gettito fiscale che verrebbe generato dalle fatturazioni che le imprese effettuerebbero. L’intervento provinciale servirebbe solamente per far partire il meccanismo, avviando la macchina  con un incentivo mirato e calcolato sul reale fabbisogno energetico di chi realizza l’intervento di installazione di impianti di energia da fonti rinnovabili, oppure di chi ristruttura gli stabili  con rimozioni di amianto o di barriere architettoniche,  oppure di chi  riammoderna il proprio impianto elettrico o termico, per garantire la sicurezza e l’efficienza del proprio stabile, sia per privati che per imprese. Legando tali erogazioni di contributi al conferimento degli incarichi alle aziende artigiane locali, che così lascerebbero alle casse provinciali gli 8/10 delle tasse che pagano. E di interventi ce ne sarebbero in numero elevato da eseguire! Come si vede non c’è nulla di eccezionale da proporre, ma l’eccezionale sarebbe che venisse attuato veramente, per dare fiato all’economia agonizzante delle nostre imprese, per ridare la possibilità ai giovani di trovare occupazione , per permettere a famiglie e imprese stesse di sperare ancora in un futuro. In questo la nostra autonomia potrebbe davvero essere promotrice di vie nuove per uno sviluppo sostenibile, lo stesso che il nostro premier continua a decantare, ma che con i fatti stenta a proporre alla nostra Italia, che naviga ancora a vista, senza un preciso programma industriale, senza un piano energetico credibile. Perché a parole va benissimo dire che si deve cambiare, ma ora è tempo di passare ai fatti. Il Trentino, con la semplice proposta che abbiamo avanzato alla giunta provinciale in questi giorni, potrebbe dare l’esempio. Sempre se crediamo davvero di meritarci l’autonomia e non ci limitiamo, invece, ad amministrare il patrimonio senza investire nel futuro. Nuovi percorsi, molto sobri e facilmente sostenibili senza dilapidare risorse pubbliche, bensì utilizzando le stesse per rimettere in moto un’economia addormentata, sono improcrastinabili; se restiamo ancora a parlarci addosso rischiamo di lasciar sfuggire ogni possibilità di rinascita, mentre gli altri paesi cominciano a correre di nuovo.
Noi la proposta l’abbiamo avanzata, sperando che non cada nel vuoto ma possa avviare un iter positivo; chissà se verrà colta ed analizzata per strutturarla come percorso realizzabile o se si continuerà  solamente nella politica degli annunci. Gli strumenti li abbiamo, usiamoli in piena “autonomia”!

La proposta è scaricabile al seguente link: 

martedì 12 agosto 2014

Serve un cambio radicale, direi epocale e culturale.

Serve un cambio radicale, direi epocale e culturale.

Leggo e condivido lo scritto di domenica 10 luglio,del direttore de l'Adige e vorrei inserirmi per ampliare il dibattito e fornire alcuni ulteriori spunti di riflessione.

Nella mia attività professionale riscontro quotidianamente una radicata ricerca "dell'aiutino" pubblico; la prima cosa che mi viene chiesta, quando propongo di investire nel settore energetico, sia per risparmiare, sia per auto produrre il proprio fabbisogno funzionale all'attività produttiva,riguarda la presenza di possibili finanziamenti pubblici. 

Nella maggior parte dei casi ormai i contributi pubblici sono finiti e qui, la stragrande maggioranza degli imprenditori si ferma e tende ad aspettare "tempi migliori". Tempi superati, non solo per la crisi, ma anche perché è necessario ridare piena autonomia alle imprese, senza interagire troppo con interventi economici diretti, che non possono più essere sostenuti dalla collettività.

Nel settore energetico, con particolare riferimento alla produzione di elettricità, molti errori sono stati fatti nel passato. A partire dall'incentivazione smisurata, letteralmente regalata alle lobbies energetiche, con il famoso "secondo conto energia" del settore fotovoltaico; basti pensare che le grandi multinazionali hanno investito miliardi di euro per fare centrali fotovoltaiche, traendo profitti incredibili ripartiti tra gli azionisti, guarda caso magari proprio alcuni di quei politici che avevano preparato il terreno; 0,42 euro per kwh prodotto, cioè una centrale di 2,5 Megawatt può dare circa 3 ML di euro di introiti all'anno, con una spesa iniziale  di circa 4/5 ML; in meno di due anni si è ripagata, dove trovare possibilità migliori di investimento, visto che l'incentivo sarà percepito per 20 anni?

Qui abbiamo attratto investitori per forza! Ma investimenti del tipo mordi e fuggi, senza prospettive per lo sviluppo collettivo. Guadagni e margini assurdi, sostenuti da una politica incredibilmente asservita a queste lobbies che la sostengono a sua volta. Finiti gli investimenti per le grandi multinazionali, sono stati tolti tutti gli incentivi, compresi quelli per i piccoli utenti, che avrebbero invece creato una filiera organica al sistema, garantendo posti di lavoro (le stime a fine 2011 parlavano di 150.000 posti di lavoro nel settore installazioni, letteralmente "bruciati" chiudendo totalmente il sistema di incentivazione e ponendo la parola fine ad una filiera che stava nascendo) unitamente alla possibilità di risparmiare sui costi energetici, diventando autoproduttori.  

Una politica al servizio del bene pubblico avrebbe potuto, invece, creare un sistema incentivante progressivo, mirato agli investimenti piccoli-medi, preservando tali percorsi dalla mera speculazione delle grandi multinazionali, come invece è avvenuto. Ma, la politica di cui vorremmo parlare appartiene al nostro "belpaese"? 

Oggi, come ieri, si ripetono gli errori; in tutto il mondo si comincia seriamente a fare i conti con i costi delle fonti fossili; pensiamo ai paesi arabi, dove vige il monopolio del petrolio; ebbene lì stanno investendo su impianti fotovoltaici per la loro produzione, per risparmiare il petrolio che, invece, vendono a caro prezzo agli occidentali come noi. E gli Stati Uniti, che fanno? Altro paese ad elevata produzione petrolifera che investe miliardi di dollari su eolico e fotovoltaico, preservando il petrolio per gli anni a venire: Obama ha avviato una politica molto spinta sulle energie rinnovabili.

E l'Italia? Nel piano strategico energetico (SEN), lasciatoci in eredità dall'indagato Clini, allora ministro dell'ambiente, si incentivano le trivellazioni off-shore, per ricercare quel poco petrolio presente nei nostri mari; il tutto a servizio, nuovamente,delle multinazionali che vedono così soddisfatte le loro richieste di mantenere il controllo energetico del sistema italiano, a spese della collettività e frenando lo sviluppo industriale, che è costretto a sobbarcarsi spese energetiche superiori agli altri paesi. 

Ma, le nostre coste, ricche di venti costanti, con investimenti relativamente bassi, potrebbero invece vedere lo sviluppo di un eolico off-shore, senza invasioni di trivellazioni eterne che danneggiano i nostri mari; eolico off shore, lontano e non visibile dalla riva, come per esempio avviene in Danimarca, la quale ogni anno in molti periodi raggiunge la piena e totale indipendenza energetica, proprio grazie a tale nuova fonte di energia. Solamente nel settore energia si potrebbero creare posti di lavoro nuovi, nuove prospettive di sviluppo sostenibile, sia ambientalmente che economicamente. 

Ma questi percorsi non trovano sponsor nella politica lobbista, soprattutto quella italiana; forse perché non garantiscono margini di guadagno immediati per pochi "eletti", o meglio, "nominati"? Fatto sta che la nostra Italietta rimane ancora al palo, convinta che le tanto declamate riforme, delle quali ancora si vede poco, possano permetterle di crescere e ripartire.

Siamo illusi se pensiamo di poter sostenere ancora un sistema politico di "piazeróti"; siamo illusi se pensiamo di "gabbare lo santo"; la festa è finita da un pezzo, ma noi dobbiamo ancora rendercene pienamente conto. E, per cambiare il sistema Italia, ci vuole molto più coraggio, a partire dalla base. L'Italia ha in mano il proprio destino e lo può determinare con scelte coraggiose, che privilegino gli interessi comuni, anche togliendo qualche "diritto acquisito" a qualcuno. 

Ma cominciamo a toglierli dove i soldi ci sono davvero e non dove già si sta raschiando il barile.

La politica per prima deve dare segnali nuovi: nuovo piano energetico nazionale, con priorità a sistemi efficienti e a scarso impatto ambientale, investimenti nell'efficientamento delle strutture, con sgravi fiscali fissi e sistematici per chi investe; e chi fa impresa, si armi di coraggio e provi a percorrere strade più virtuose e metta in conto di avere meno margini ora, per garantirsi un futuro domani. Cambiare mentalità è un passo indispensabile, per pensare di far cambiare la politica, che da sola certo non cambierà.
Marco Ianes
Co-portavoce Verdi del Trentino.

sabato 12 ottobre 2013

Sviluppo sostenibile e blue economy.



Si è svolto venerdì sera, 11 ottobre ,a Gardolo, presso la sala circoscrizionale, l’incontro organizzato dagli Ecologisti e civici Verdi Europei, con tema: “ Sviluppo sostenibile e blue economy” Marco Ianes, Lucia Coppola e Michele Trainotti, candidati al consiglio provinciale, che  hanno sviluppato  analisi e proposte legate ad un nuovo modello di sviluppo, che prenda spunto dai concetti della blue economy, cioè “imparare a costruire e progettare sistemi imparando dalla natura”. Per i dettagli dell’intervento di Marco Ianes, potete leggere al link:


sabato 21 settembre 2013

Sviluppo sostenibile: e se partissimo proprio da Whirlpool?



Sviluppo sostenibile: e se partissimo proprio da Whirlpool?
Nel dibattito sulla conversione industriale che riguarda il sito Whirlpool, si potrebbe provare ad inserire alcuni ragionamenti di sviluppo sostenibile. Abbiamo una struttura che sarà messa a disposizione per attività industriali future e sarebbe auspicabile che tali attività potessero essere inquadrate in un ambito di sostenibilità ambientale d’avanguardia. Un altro problema irrisolto e che sarà tema di approfondimento sia durante la campagna elettorale, ma soprattutto poi in ambito gestionale della futura amministrazione, riguarda la gestione del residuo indifferenziato, cioè la famosa chiusura del cerchio della partita rifiuti. L’accostamento dei due temi non è casuale, bensì lo propongo come abbinamento per un ragionamento, in prospettiva, relativamente alla conversione del sito industriale abbinata alla realizzazione di un impianto industriale di trattamento meccanico del residuo indifferenziato. Il luogo ben si presterebbe per locazione, dato che è vicino alla tangenziale e pure all’autostrada; vi è già una notevole disponibilità di energia elettrica prelevabile, visto il precedente impiego, per poter far funzionare lo stabilimento stesso. Rimane da progettare il percorso di conversione e adattamento delle strutture e calibrare il sistema, magari sulla traccia del famoso “progetto Cerani” che, già un paio di anni fa, grazie all’interessamento dei comuni della piana Rotaliana e spinto dalle associazioni ambientaliste come Coordinamento Trentino Pulito e Nimby Trentino, era stato proposto in alternativa al dismesso inceneritore. Ora i tempi sono maturi per riprendere in mano una gestione all’avanguardia della partita rifiuti, non vi sono più scontri su posizioni in antitesi tra loro e, la struttura Whirlpool, potrebbe rappresentare un punto di partenza per una conversione industriale tesa al rispetto ambientale. La proposta sopra descritta, rientra in un programma di sviluppo sostenibile in sinergia con il concetto di blue economy, sinteticamente riassumibile nell’evoluzione della green economy, cioè non più investimenti per inseguire il miglioramento ambientale, bensì progettualità nel perseguire percorsi ecosostenibili. Le idee ci sono, la politica vuole provare ad innovare e dobbiamo credere in un futuro migliore e lavorare con approcci diversi per trovare soluzioni che mettano in campo modelli economici diversi da quelli sostenuti finora. Da qui, noi ecologisti e civici verdi europei, vogliamo partire per lanciare un programma di innovazione, di speranza e di progresso; un programma dove l’antico pensiero ambientalista, che molti associavano a freno fastidioso per uno sviluppo basato sulla perenne crescita, diventa ora probabilmente l’unico percorso realmente perseguibile, per uscire da una crisi globale e irreversibile, di sistema e strutturale, che certo non sta risparmiando nemmeno il nostro Trentino; nel programma di governo abbiamo chiesto al nostro candidato presidente Ugo Rossi, di inserire progettualità innovativa, mirata a percorsi virtuosi strettamente legati ai concetti della blue economy, che il Trentino, terra all’avanguardia in fatto di ricerca e sviluppo, ha l’obbligo di percorrere, per il proprio futuro e per dare anche un impulso esemplare alla nazione; siamo sempre stati indicati come artefici di progresso e innovazione e, ora,possiamo diventare sempre più  un punto di riferimento per tutto il paese e per l’Europa; siamo obbligati a farlo, per un Trentino migliore, autonomo ed europeo.

venerdì 20 settembre 2013

Blue economy: Trentino motore di sviluppo sostenibile.



Blue economy: Trentino motore di sviluppo sostenibile.
Non passa giorno in cui non si apprendano notizie relative alla grave crisi economica e finanziaria, la quale costituisce un problema molto grave e serio, che compromette il benessere di tutti e la dignità di molti, che perdono il lavoro in età avanzata o, come per molti giovani, non riescono nemmeno ad avviarsi in un’attività lavorativa. Unitamente a questa grave crisi, siamo in presenza di un’altrettanto grave deficit ecologico, che accumula continuamente punti negativi. Ma le due cose, sono strettamente legate tra loro; il modello economico finanziario attuale, basato principalmente sulla combustione fossile per ricavare energia per la produttività, sta arrivando alla saturazione e, oltre alla già menzionata crisi, ci lascia in eredità un pesante fardello di malessere ambientale; è malata l’economia mondiale, ma è altrettanto malato il nostro mondo, con il suo ambiente deturpato e svilito dall’azione antropica, messa in campo in questi decenni. È la comunità scientifica stessa a dare queste indicazioni, non è solamente una semplice opinione di ambientalisti “estremisti” che, a detta di molti sostenitori dell’attuale sistema, sono dei visionari utopici che vogliono un mondo perfetto e comodo, ma senza rifiuti e senza inquinamenti. Questa, però rappresenta una descrizione errata di chi opera nell’ambientalismo, poiché identifica percorsi ormai superati, di estremismo esistente, forse, all’inizio del percorso ambientalista; se, però, qualche decennio fa, si poteva anche credere a questa definizione di “estremismo ambientalista”, ora, con i dati alla mano e con le analisi economiche e ambientali, quindi con i numeri reali, la definizione diventa anacronistica, poiché decenni fa, quei “visionari impazziti”, prevedevano una recessione irreversibile legata ad una crescita smisurata e ad uno sfruttamento delle risorse naturali spropositato. Quindi li possiamo ora definire, passatemi il termine un pochino caricaturale, “profeti ambientalisti”. L’economia mondiale negli ultimi sessant’anni è cresciuta a ritmi notevolissimi; il prodotto globale lordo mondiale ha raggiunto i 69.000 miliardi di dollari nel 2008; nel 1950 esso era di soli 6.600 miliardi di dollari; è chiaro che non è pensabile di poter sostenere una continua e inarrestabile crescita all’infinito. L’economia della crescita a tutti i costi non è più sostenibile e da questo concetto si parte per rifondare un sistema diverso, per imboccare strade alternative e innovative. Siamo partiti, alcuni anni fa, con lo sviluppo della green economy, che ha visto l’uso delle fonti di energia rinnovabili, dal fotovoltaico all’eolico, a volte usati in maniera speculativa, poiché la mala politica ne ha incentivato l’uso a beneficio delle multinazionali, più che dei cittadini; la green economy ha rappresentato un passo importante, tuttavia dettato dalla necessità di inseguire la tutela ambientale, cercando di produrre energia per lo sviluppo industriale in maniera più sostenibile e meno impattante; molto spesso la green economy ha messo in campo percorsi virtuosi, ma mirati a contenere le emissioni inquinanti, oppure ad avere energia pulita e a costi più ridotti. Tutti passi evolutivi importanti, ma non sufficienti a cambiare radicalmente il percorso economico. Diventa necessario spingerci oltre, con coraggio e determinazione, verso un percorso ancora più innovativo, denominato blue economy. La blue economy affronta le problematiche della sostenibilità al di là della semplice conservazione: lo scopo non è investire di più nella tutela dell’ambiente ma di spingersi verso la rigenerazione affinché tutti possano beneficiare dell’eterno flusso di creatività, adattamento e abbondanza della natura. La Blue Economy nell'ipotesi più moderata può essere considerata un’evoluzione della Green Economy, in realtà è qualcosa di più e di diverso.È un sistema di pensiero e di azione complesso in cui la dimensione economica della proposta parte sempre dal livello sociale e globale della condizione della persona, sia dei paesi dove avviene la produzione, sia dei paesi ove avviene il consumo di beni prodotti. Uno dei beni per i quali non abbiamo limiti è la nostra creatività ed è su questa che ci dobbiamo basare per introdurre innovazioni che non portino solo nuove tecnologie, ma anche e soprattutto nuovi modelli economici che tengano conto della decrescita dei rendimenti marginali della produttività degli attuali sistemi di produzione. La Blue Economy non si basa solo sull’innovazione, ma anche su nuovi modelli produttivi che cambiano il nostro modo di guardare alla produzione, alla distribuzione e ai consumi. I prodotti migliori devono essere anche i più economici.Ciò che acquistiamo deve contribuire alle esigenze fondamentali di tutti, i prodotti e i servizi che acquistiamo regolarmente devono contribuire alla costruzione di un capitale umano e creare nuovi posti di lavoro. È un approccio completamente nuovo, fresco, di cui abbiamo urgente bisogno. Oggi tutto quello che i governi e le dirigenze riescono ad immaginare sono austerità e tagli dei costi. Ma questo non è possibile. Dovremmo evolvere, come fa la natura, dalla penuria alla sufficienza e all’abbondanza. La natura evolve sempre verso l’abbondanza. E noi in un momento di crisi riusciamo solo a pensare a fare meno, mentre dovremmo trasmettere alla gente il messaggio di fare di più con quello che abbiamo. Questo è il messaggio che viene dalla natura. La natura è un incredibile fonte di ispirazione, perché ci mostra che col tempo, usando soluzioni creative, è sempre possibile evolvere verso il meglio. Se parliamo di materie prime, non esistono scarti o inquinamento. O meglio, ciò che è scarto per qualcuno è sempre materia prima, fonte di energia per qualcun altro.In questo modo, ci rendiamo conto che possiamo sfruttare a cascata nutrienti, energia e materiali. La natura continua a semplificare il modo in cui produciamo e consumiamo. Pensiamo a quanti apparecchi oggi abbiamo che non servono. La natura ci insegna come farne a meno. Questo è un approccio nuovo e che ci apre a nuove prospettive. La natura è basata prima di tutto su un sistema a cascata interconnesso e ci insegna a fare molto di più con meno, ad eliminare anche quello che ci sembra indispensabile come le pile, filtri, sistemi osmotici e tutte quelle apparecchiature che continuiamo a utilizzare e gettare via.Il concetto stesso di rifiuto è un'invenzione umana. Nei sistemi naturali nessuno produce qualcosa che non serve a nessuno. L’economista e imprenditore Gunter Pauli, nel suo libro “Blue economy, 10 anni, 100 innovazioni, 100 milioni di posti di lavoro” analizza molto bene il percorso, con proposte industriali legate ai processi biologici della natura; un esempio pratico: studiando il modo in cui i sistemi naturali generano energia in modo efficiente, si potrebbe ridurre la domanda energetica di 10 o 20 volte, riducendo così la necessità di produrre energia sfruttando le miniere di carbone, quindi contribuendo anche ad abbassare l’inquinamento atmosferico. Ci affanniamo a succhiare elettricità dalla rete senza renderci conto che ottimizzando i consumi, con scelte radicali sui sistemi di produzione e utilizzo, si potrebbe garantire percorsi virtuosi, che innescherebbero nuove possibilità di sviluppo sostenibile. Da qui, noi ecologisti e civici verdi europei, vogliamo partire per lanciare un programma di innovazione, di speranza e di progresso; un programma dove l’antico pensiero ambientalista, che molti associavano a freno fastidioso per uno sviluppo basato sulla perenne crescita, diventa ora probabilmente l’unico percorso realmente perseguibile, per uscire da una crisi globale e irreversibile, di sistema e strutturale, che certo non sta risparmiando nemmeno il nostro Trentino; nel programma di governo abbiamo chiesto al nostro candidato presidente Ugo Rossi, di inserire progettualità innovativa, mirata a percorsi virtuosi strettamente legati ai concetti della blue economy, che il Trentino, terra all’avanguardia in fatto di ricerca e sviluppo, ha l’obbligo di percorrere, per il proprio futuro e per dare anche un impulso esemplare alla nazione; siamo sempre stati indicati come artefici di progresso e innovazione; ora,possiamo diventare sempre più  un punto di riferimento per tutto il paese e per l’Europa; siamo obbligati a farlo, per un Trentino migliore, autonomo ed europeo.