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sabato 23 febbraio 2013
Pressione fiscale:iniqua e frenante lo sviluppo.
La pressione fiscale paralizza lo sviluppo e mette in ginocchio imprese e redditi da lavoro dipendente. Vi propongo una lucida analisi della pressione fiscale, che evidenzia un sistema vessatorio e che tende a coprire, invece, sistemi per fare cassa che non producono lavoro, ma sono fonte di guadagno spropositato, a tassazione molto contenuta.
Articolo Di Paolo Cardenà - finanzanostop.finanza.com - SI Sistema Italia
Nelle settimane scorse ha suscitato molto clamore il monito lanciato dalla Corte dei Conti che ha denunciato il livello preoccupante del prelievo fiscale indicandolo a circa il 45% del Pil.
Il dato, pur essendo di per se una grandezza che desta molta preoccupazione, in realtà, non ci racconta l’esatta situazione del prelievo fiscale e la relativa disuguaglianza tributaria, se non scomposto tra le varie categorie di contribuenti che lo compongono.
Ebbene, anche in questo caso alcune precisazioni sono d’obbligo poiché questo dato , esprimendo delle variabili aggregate, sintetizza, di fatto, un indicatore medio del livello di tassazione nell’universo di una popolazione. In altre parole, proprio perché rappresenta un valore medio e quindi, per definizione, soggetto a distorsioni, non esprime in alcun modo il livello di tassazione per alcune categorie di soggetti che può raggiungere, come vedremo in seguito, livelli decisamente distanti dalla media indicata dalla Corte dei Conti manifestando, in maniera inquietante, la disparità fiscale esistente in Italia.
Poniamo ad esempio un piccolo imprenditore commerciale che nel primo anno di attività abbia conseguito un utile da bilancio al 31/12 pari a 70 mila euro e che, per effetto della ripresa a tassazione di alcune componenti di costi non deducibili o parzialmente deducibili (es.: Autovetture, ristoranti …), il suo reddito fiscale sia 76 mila euro. Un ottimo utile si direbbe! Ma quanto rimane effettivamente in tasca al nostro contribuente e qual è la pressione fiscale che egli subisce? Nel caso appena descritto il nostro contribuente, benché abbia realizzato un utile al lordo delle imposte di 70 mila euro, egli dovrà corrispondere imposte su un reddito fiscale di 76 mila euro e, a conti fatti, tra Irpef, Irap, addizionali regionali e comunali e contribuzione Inps, egli dovrà versare all’erario circa 47 mila euro su 70 mila di utili realizzati; euro più, euro meno.
Benché il prelievo fiscale, in questo caso, sia già di oltre il 67% dell’utile della sua attività, il nostro contribuente dovrà all’erario, fuori dal perimetro del suo reddito e della sua attività di impresa, altre imposte come ad esempio l’Iva sui consumi, l’Imu sulla sua abitazione, eventuali imposte di bollo, di registro ed altro. Quindi, ipotizzando che egli spenda in termini di consumi 18 mila euro per il suo sostentamento e della propria famiglia ed ipotizzando un aliquota media dell’iva del 16%, egli verserà indirettamente allo stato altri 2500 euro di imposta sul valore aggiunto, arrivando così ad oltre i 49 mila euro di imposte pagate su 70 di utile realizzato, che rappresentano ben il 71%. Sommando l’eventuale Imu e altre tasse minori (ma non marginali) e altre occulte, potremmo arrivare agevolmente alla soglia 75% del reddito prodotto, o forse più. Analogo discorso può osservarsi per i redditi da lavoro dipendente.
A tale livello di pressione fiscale ai limiti dell’impossibile e dell’insostenibilità, si contrappone un regime molto più agevolato per le rendite di natura finanziaria tassate al 20% (12.5% nel caso di titoli di stato), e per i redditi derivanti da locazioni di immobili ad uso abitativo per i quali il legislatore, seppur con alcune distinzioni, ha previsto anche un aliquota secca del 21%.
Benché gli esempi sopra riportati, nella loro semplicità, costituiscano dei casi limite del sistema fiscale italiano (ma non troppo a dire il vero, considerata la vastità della platea dei contribuenti interessati da tali fattispecie), ci offrono uno spaccato abbastanza significativo del sistema impositivo vigente e delle disparità celate dal dato aggregato della pressione fiscale. In buona sostanza si preferisce adottare la mano morbida sulle rendite finanziarie e sui patrimoni – talvolta utilizzati anche per condurre azioni speculative a danno dell’economia – mentre si usa la mano pesante per i redditi derivanti da lavoro, da attività di impresa, o che comunque sono finalizzati allo sviluppo economico e quindi alla crescita del benessere collettivo.
E’ evidente che il livello di prelievo fiscale sul lavoro e sulle attività produttive si traduce oltre che in una minore capacità di spesa dei contribuenti, anche in un immediato abbattimento dei livelli di competitività delle imprese costrette, quindi, a praticare un livello di prezzi più elevato rispetto ai competitor esteri al fine di recuperare la redditività compressa dal prelievo fiscale. Quindi, appare indispensabile che al rilancio del sistema Italia debba necessariamente contribuire anche una rimodulazione del sistema impositivo fiscale che dovrà ispirarsi a principi di maggiore equità e progressività di contribuzione, aumentando sia il prelievo sulle rendite finanziarie e sui patrimoni, a favore di una diminuzione significativa del prelievo sul lavoro e sulle attività produttive.
Questa soluzione oltre a favorire una diminuzione dei fenomeni evasivi ed elusivi, renderà le nostre imprese più competitive nei confronti di concorrenti esteri e permetterà di aumentare la capacità di spesa delle famiglie e delle imprese, generando non trascurabili dinamiche virtuose per il ciclo economico. Più o meno il contrario di quanto fatto fino adesso.
giovedì 21 gennaio 2010
Un punto dell'economia: la riduzione delle tasse
Pubblico una riflessione interessante del prof. Sandro Trento, noto economista e docente presso la nostra università.
Se volete, potete anche ascoltarlo linkando sul video.
Un punto dell'economia: la riduzione delle tasse.
Nelle scorse settimane il governo Berlusconi si è lanciato nella sua tipica politica di promesse. Ha promesso che avrebbe ridotto le aliquote da 5 a 2, passando ad una situazione con una da 22% e una del 33%. Nell'arco di pochi giorni abbiamo scoperto che, come al solito, si trattava di una promessa, e quindi ha fatto marcia indietro.Non è la prima volta. Ad ottobre il governo aveva preannunciato, nel corso del convegno nazionale del consiglio dell'artigianato, che avrebbe abbolito l'Irap, una tasse che le piccole imprese odiano molto. Anche quella fu una promessa.E' dal 1994 che Berlusconi promette di ridurre le tasse, riempiendo le città italiane con grandi manifesti con scritto “Meno tasse per tutti”. In realtà, nel 2009 la pressione fiscale è arrivata al suo massimo storico, parliamo del 44% del PIL. Apprendiamo continuamente che aumentano i balzelli e le tasse, proprio oggi scopriamo che il governo ha appena introdotto una nuova tassa sui personal computer, sui decoder, sulle pen drive e su tutti gli strumenti digitali che possono servire per registrare musica e video. Le tasse non stanno diminuendo, semmai stanno aumentando.La domanda che possiamo porci è: è possibile immaginare di tagliare le tasse senza ridurre la spesa pubblica? Va ricordato che il governo Berlusconi è stato capace di far aumentare il debito pubblico italiano di dieci punti percentuali, nell'ultimo anno, passando dal 105% del PIL al 115% nel 2009.I signori del governo lanciano promesse su ridurre le tasse senza spiegare come avrebbero voluto finanziare questa riduzione. Parliamo di una cifra complessiva dell'ordine di 20-25 miliardi di euro, una cifra enorme. La domanda vera è: come si potrebbe immaginare di fare una riforma del genere senza ridurre la spesa pubblica? Se non si facesse tramite una riduzione della spesa pubblica la situazione sarebbe quella di un ulteriore aumento, in via permanente, del debito pubblico, rischiando di portare il Paese verso la bancarotta finanziaria, cioè preannunciare uno scenario simile a quello dell'Argentina.Forse in questo momento non è indispensabile immaginare una riforma delle aliquote nella direzione annunciata da Berlusconi. La vera emergenza è quella di accrescere il potere d'acquisto per le famiglie più povere. Gli interventi che sarebbero necessari in questo momento dovrebbero essere orientati a ridurre le tasse solo per le famiglie più povere.La seconda emergenza, sulla quale abbiamo richiamato l'attenzione varie volte, è quella di consentire a tutti i lavoratori e i giovani senza lavoro di avere un indennità di disoccupazione adeguata, mettendo tutti su un piano di parità di fronte alla crisi in corso, una riforma degli ammortizzatori sociali. Queste sono le priorità per l'Italia dei Valori. Il resto sono favole e promesse da parte di un governo che oramai ha una credibilità pari a zero.
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